Fermare l’estrattivismo – Thomas De Luca – Consiglio regionale dell'Umbria

Fermare l'estrattivismo

estrattivismo

Si può fare impresa creando ricchezza  e sviluppo e costituire valore aggiunto all’interno di una comunità, oppure si può saccheggiare e depredare per poi delocalizzare e desertificare.
Da decenni il nostro sistema socio-economico è caratterizzato dalla presenza di corporation che hanno determinato e determinano le scelte di governi e amministrazioni locali, ben oltre la discontinuità dell’alternanza politica e con un peso specifico decisamente maggiore rispetto alla volontà popolare.

I nostri territori sono stati usati come delle grandi miniere. Spremuti, erosi, impoveriti, sottraendo risorse naturali, beni comuni e capitale umano lasciando invece un ambiente compromesso e aree mai bonificate prima di migrare delocalizzando le produzioni laddove era possibile ricominciare da zero questo processo. Questo fenomeno è chiamato “estrattivismo”, usando le parole di Raul Zibechi quel «processo che coinvolge grandi interessi privati, nazionali ed esteri, lo Stato e la finanza nelle sue varie articolazioni per accaparrar[si] le risorse presenti sui territori contro gli interessi delle comunità locali e dell’ambiente da cui queste dipendono e trovano ancora in gran parte del pianeta il loro sostentamento e modalità di organizzazione della società».

In Umbria questo fenomeno ha interessato in primo luogo l’acqua. Il suo sfruttamento a scopo idroelettrico, concessione pubblica di carattere regionale dopo le grandi privatizzazioni degli anni ‘90, ha visto susseguirsi grandi gestori privati che hanno guadagnato miliardi di euro (circa 100 milioni anno) a fronte di canoni concessori irrisori (circa 8 milioni annui), che solo in infinitesima parte sono stati restituiti ai territori (circa 1,5  milioni anno). A fronte di importanti conseguenze sia sul sistema idrogeologico con casi di dissesto e frana, tali risorse non sono mai state investite per riparare o mitigare i danni dello sfruttamento.
Stessa cosa per l’imbottigliamento idropotabile che ha visto l’espropriazione di terreni di dominio collettivo per l’attingimento attraverso pozzi e sistemi di captazione che hanno interdetto spazi che prima costituivano una ricchezza per le comunità locali in barba a tutte le normative che tutelano gli usi civici.

Lo stesso modello però è possibile riscontrarlo nell’accaparramento dei pascoli un vero e proprio “land-grabbing” verso gli allevatori locali che si sono visti sottrarre le terre che da millenni erano usate dai loro avi. Terre date in mano a grandi gruppi con il solo scopo di ottenere incentivi e premi PAC spesso senza alcun rispetto per la vocazione della nostra terra.

Siti industriali che sono stati spolpati e ridotti a scheletri con la totale delocalizzazione dei mezzi di produzione lasciando solo immensi capannoni vuoti ed aree mai bonificate in capo alla collettività.
Intere famiglie che sono state costrette ad emigrare inseguendo le macchine oppure portando la propria professionalità lontano dalla loro terra.

Se vogliamo invertire questo processo dobbiamo bloccare la speculazione sulle spalle della nostra comunità, essere parte attiva senza cedere alle lusinghe di facili guadagni ma chiedendo invece garanzie e progetti concreti e definiti. Investire sui fattori localizzativi, sulle infrastrutture e sui servizi vuol dire accogliere e attrarre chi davvero ha intenzione di creare ricchezza.
Risorse e incentivi devono essere concessi solo ed esclusivamente a chi mantiene gli impegni sia sotto il profilo occupazionale che socio-ambientale mantenendo il controllo pubblico sugli asset strategici.

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